Marocco, il tè nel deserto

Eravamo arrivati al bazaar con l'inevitabile guida ed avevamo facilmente preso posto sul divano. Poco dopo un ragazzino con la djellaba era entrato nella stanza ed aveva posato sul tappeto davanti al padre un grande vassoio di rame con una teiera di argento cesellato, tre scatole rettangolari pure in argento, un martelletto piatto e dei bicchieri stretti e alti di spesso vetro colorato e dorato, molto belli. Il figlio più giovane era arrivato subito dopo con il secondo recipiente dove viene fatta bollire l'acqua e lo aveva posato sul piccolo braciere dove ardeva del carbone di legna.
Quando l'acque aveva iniziato a bollire la conversazione improvvisamente era cessata: tutti erano rimasti in silenzio con gli occhi puntati sul maestro di cerimonie, ovvero sul padrone di casa. Allora costui aveva preso dalla prima scatola un pò di tè verde e l'aveva messo nella teiera, poi aveva versato l'acqua bollente; dalla seconda scatola aveva estratto un pezzo di zucchero, l'aveva spezzato con il martelleto e lo aveva introdotto nello stretto collo della teiera; dalla terza scatola (che il profumo si era sparso al sollevarsi del coperchio) aveva afferrato un piccolo ciuffo di menta freschissima, che aveva aggiunto al contenuto della teiera. Infine l'aveva richiusa con il coperchio ed in attesa che l'infuso fosse pronto, aveva tranquillamente ripreso la conversazione la dove era stata interrotta, disponendo intanto nei vari bicchieri altre profumatissime foglie di menta.
Quindi aveva versato un pò di te nel proprio bicchiere, con quella tipica affascinante manovra che richiede grande maestria e che consiste nell'allontanare il becco della teiera dall'orlo del bicchiere creando un getto arcuato; a questo punto aveva versato di nuovo l'infuso nella teiera per rimescolarlo, infine dopo essersene versato, sempre allo stesso modo, un'altro pò, lo aveva assaggiato con l'espressione concentrata, quasi da meditazione. Aveva aspettato ancora qualche istante, l'aveva assaggiato di nuovo, aveva eseguito tutta una serie di travasi dalla teiera al bicchiere e viceversa, sempre creando quel fine zampillo che magicamente si allungava e si accorciava, e, senza rovesciarne una goccia, aveva riempito tutti i bicchieri per offrirci infine il tè all'esatta temperatura e con il preciso sapore voluto dalla tradizione.
Solo dopo il terzo bicchiere, bevuto a piccoli sorsi, era iniziata la presentazione della merce.

Casablanca moschea Hassan II

Il racconto, tratto da "Quaderni dal Marocco, storie e leggende portate dal vento di Francesca Giacchè", rende perfettamente l'idea del tema dominante del breve viaggio in Marocco, il tè con la sua maniacale preparazione ci ha seguito per tutto il tempo ed in tutti i luoghi visitati.

Il primo contatto con il Marocco l'abbiamo avuto con Casablanca considerata il centro economico del paese (quasi tutte le aziende che conosciamo in Europa hanno una sede in questa città) ma abbastanza povera dal punto di vista turistico a parte la magnifica Moschea di Hassan II inaugurata nel 1993.

La Moschea di Hassan II è la moschea più grande del Marocco e la terza al mondo (dopo la Masjid al-Haram di La Mecca e la Moschea del Profeta di Medina), la sala principale può contenere 25000 fedeli più altri 80.000 nel cortile e sulla cima del minareto della moschea, il più alto del mondo con i suoi 210 metri, è montato un faro con un laser puntato verso La Mecca.

Il mattino successivo abbiamo lasciato Casablanca alla volta di Fes, il viaggio prevedeva una sosta a Meknes (una delle quattro città imperiali del Marocco), ribattezzata da alcuni come la Versailles del Marocco per la grandiosità del palazzo reale e dei circa 40 palazzi che lo circondano.

Il giro della città parte dalla Porta di Rab Mansour, la più famosa della città, tutta decorata in ceramica e mosaico verde, il colore di Meknes, poi un giro nella medina per visitare i principali monumenti ed infine un salto al palazzo imperiale Dar El Ma, o Palazzo sull'Acqua, con il suo vasto bacino costruito per garantire rifornimenti idrici in caso d'assedio, ed annessi i giganteschi granai.

Meknes ci ha permesso di saggiare il clima e l'atmosfera marocchina, in particolare tra i negozietti nella medina, fatta di iniziale diffidenza verso il viaggiatore/turista e dopo il primo contatto di tutto si scioglie in una divertente contrattazione per acquistare beni di ogni tipo (si contratta anche in farmacia).

Meknes

Lasciato Meknes si parte alla volta del sito archeologico (patrimonio mondiale dall` UNESCO), di Volubilis, un tempo capitale della Mauritania, fondata nel 3° secolo avanti Cristo e importante città coloniale dell`Impero Romano. Sul sito sono presenti diversi nidi di Cicogne.

Volubilis

Avevo sentito parlare e visto numerose foto delle famose concerie e tintorie di Fes, non vi nascondo che erano uno dei principali motivi del viaggio in marocco, certo una cosa è vederle in fotografia, ben diverso è trovarsi davanti e, soprattutto, percepirne l’odore intenso. In effetti poche cose sembrano cambiate dal XVI secolo, quando Fes divenne la principale produttrice di cuoio sorpassando la spagnola Cordoba. Pile di pelli vengono ancora tagliate, rammendate, conciate e trattate con il guano di piccione (per via dell’ammoniaca) per poi essere caricate sui muli e trasportate nella vicina tintoria.

Immersi nelle vasche rotonde fin quasi alla cintola, uomini e ragazzi già vecchi, provvedono ad ammorbidire e a lavare le pelli per poi passarle alla fase della coloritura e quindi stenderle al sole sulle terrazze e, una volta asciutte dovranno essere rese morbide e malleabili. A farlo ci pensano loro: chiusi in questa stanza a respirare e mangiare per ore ciò che risulta superfluo per produrre le nostre comode babouche gialle.

Normalmente, infatti, i turisti, provvisti di profumatissime foglioline di menta fresca, vengono accompagnati sulle terrazze poste sui tetti circostanti cosicchè da debita distanza possono ammirare, con sufficiente distacco, il lontanissimo mondo che si apre sotto i loro occhi. Anche da quassù però ci riesce difficile non restare affascinati da quella tavolozza di colori senza pensare agli uomini che vi lavorano come schiavi, ciascuno prigioniero della vasca maleodorante in cui è immerso con la schiena rotta e le braccia molli.

Fes - tintoria

Lasciata Fes ci siamo diretti verso sud lungo la scorrevole strada P 24, da questo momento lasciamo il paese degli Arabi per entrare nel paese dei Berberi, nel Medio Atlante, tra laghi e torrenti, frutteti, prati e boschi. Lungo la strada attraversiamo senza fermarci Ifrane (1650 m), stazione climatica tra le più famose di tutto il Marocco. A dir la verità, non pare affatto di stare in Marocco perchè Ifrane assomiglia di più a un villaggio svizzero che marocchino: chalet con i tetti spioventi, larghe strade pulite, negozi colmi di prodotti occidentali, complessi per vacanze. Qui viene la borghesia marocchina per sfuggire al caldo estivo e in inverno per sciare.

Dopo una lunga tappa di trasferimento, ci fermiamo finalmente alle porte delle Gole dello Ziz. Il giorno dopo ripartiamo seguedo la strada P 21 comincia ad inoltrarsi nelle Gole dello Ziz, tratto molto spettacolare provocato dall'erosione dello uadi Ziz. La gola è fortemente incassata e quà e là punteggiata da villaggi fortificati spesso in stato di rovina. La strada prosegue costeggiando il lago artificiale formato dalla diga che consente l'irrigazione della bassa valle dello Ziz e del Tafilalet

Gole dello Ziz

Ancora una tappa all'Oasi di Rissani, piccolo villaggio famoso per la produzione di gioielli in argento e per mausoleo di Moulay Ali Cherif, molto bello e interessante è stato passeggiare per le strette vie dell'antica kasbah mentre i bambini si rincorrono e le donne velocemente si nascondevano dietro le porte delle loro abitazioni. Quì abbiamo potuto assaggiare per la prima volta la famosa Pizza Berbera nelle versioni vegetariana o con carne, ovviamente entrambe speziatissime.

diga di Hassan ed-Dakhil

Dopo qualche ora di viaggio finalmente arriviamo Merzouga, un villaggio alle porte del deserto (erg Chebbi), appena il tempo di depositare i bagagli in una camera dell'albergo e di mettere il necessario in uno zainetto ed eccoci pronti per salire sui dromedari e partire verso le tende beduine dove è prevista la cena e la notte nel deserto. Farsi due ore di dromedario per il turista non abituato a tale mezzo di locomozione e sicuramente stancante (personalmente ho preferito farmela a piedi nel ruolo di cammelliere), soprattutto per le gambe che dopo un po' fanno male perchè non si sa che posizione assumere. Arrivati al campo si ha giusto il tempo di salire sulle dune più alte per assistere al tramonto del sole dopodichè i beduini vi serviranno un'ottimo tè alla menta e poi un'ottima cena seguita da musica e canti intorno al fuoco per infine con una passeggiata tra le dune sotto le stelle.

Deserto di merzouga

Sveglia all'alba per assistere al sorgere del sole e dopo dell'altro te alla menta, prepariamo gli zaini e si ripartiamo per Merzouga. Da qui, dopo una abbondante colazione, si riparte alla volta delle Gole del Dades ripercorrendo al contrario la strada che attraversa le Gole del Todgha attraversando quella che è conosciuta come la Valle delle Rose dove ad aprile-maggio, è un trionfo di rose profumatissime.

Durante il percorso facciamo una sosta per visita "culturale" presso antichi pozzi berberi, ormai secchi, custoditi da ragazzi marocchini che tentano di darci qualche scarna informazione sulla genesi del posto e sul funzionamento dei sistemi di raccolta dell'acqua per poi invitarci a dare un'occhiata alla vasta scelta di fossili e minerali dai colori sgargianti, di cui la zona abbonda. Dopo qualche ora altra sosta in un punto in cui la strada guarda la valle sottostante come fosse un balcone affacciato sul mare: la differenza e' che davanti a noi non c'e' una distesa d'acqua sconfinata, ma palme a perdita d'occhio e campi coltivati, ad incorniciare quella perla antica di color ocra e beige che e' Tinghir.

Tinghir

Quando si arriva nella Valle del Dadès si notano kasbe in rovina con le mura sgretolate dal tempo e dal sole, simili a tanti castelli di sabbia da troppo tempo abbandonati. In realtà spesso ci vive ancora qualcuno, frotte di bambini e qualche vecchio seduto all'ombra stanno a testimoniarlo.

Finalmente arriviamo alla Gola del Todra, un pò troppo tardi per la verità, ormai il tramondo è passato e la luce non è un gran chè, comunque anche con una pessima luce è un posto molto spettacolare (al mattino la gola è molto suggestiva perchè il sole penetra fino in fondo e le rocce rosa assumono un'immensa tonalità ocra). Si tratta di una grande frattura nell'altopiano che divide l'Alto Atlante del Jebel Sarho ed è attraversata da un fiume dall'acqua cristallina, nel punto più stretto la gola raggiunge i 300 m di altezza ed è un luogo molto frequentato da chi ha la passione dell'arrampicata sportiva.

Dopo la notte passata in un alberghetto della zona si riparte alla volta di Marrakesh, dove arriveremo solo in tarda serata e dopo ave fatto diverse soste. Prima tappa della giornata le Gole del Dades con la zona caratteristica per le rocce dalle forme particolari e chiamate dai locali "dita di scimmia".

Gole del Dades - Dita di Scimmia

Prima di pranzo arriviamo nella città di Ouarzazate famosa come la Cinecittà marocchina perchè in questa zona ci sono stabilimenti cinematografici molto utilizzati dalle produzioni americane, i gloriosi CLA Studios e Atlas Film Corporation Studios, che sono stati set cinematografici per pellicole del calibro di Lawrence d'Arabia, Thé nel deserto, Le rose del deserto, Gesu' di Nazareth, L'ultima tentazione di Cristo, Black Hawk Down, Kundum, Il Gladiatore, La Mummia, Alexander, Le Crociate, Sahara, Troia, l'Esorcista 2, Hidalgo e Babel.

La cornice naturale e artistica offerta dal deserto di roccia e dalle kasbah antiche ha, in altre parole, stregato registi come David Lean, Mario Monicelli (il grande maestro morto suicida proprio in questi mesi), Bernardo Bertolucci, Martin Scorsese, Ridley Scott, Oliver Stone, Stephen Sommers, Breck Eisner, John Boorman, Joe Johnston e Alejandro González Iñárritu.

Prima di entrare in città abbiamo visitato la kasbah di Taourirt, costruita in fango, terra cruda e paglia, tra le meglio conservate del Marocco, è stata l'antica residenza del pascià di Marrakech ed è costituita da molteplici stanze che si si sviluppano in modo quasi labirintico su più piani. Si visitano le stanze di rappresentanza del pascià e quelle della favorita ricche di stucchi e con i soffitti in cedro dipinto, la moschea degli uomini e quella delle donne, i pozzi che facevano filtrare la luce tra i vari piani e permettevano al tempo stesso di comunicare.

Kasbah di Taourirt

Dopo la visita alla kasbah non resta che andare a vedere uno dei posti più affascinanti del mondo che da solo valgono il viaggio in Marocco, a una trentina di km da Ouarzazate, sorge la splendida kasbah di Ait Benhaddou, patrimonio dell'umanità tutelato dall'Unesco che sta anche sovrintendendo all'opera di restauro, il villaggio fortificato costellato di torri è situato in magnifica posizione, ai piedi di uno uadi e di un'ampia vallata, al momento ci vivono ancora circa 40 persone in condizioni alquanto disagiate.

Si entra da una delle porte e si cammina tra i stretti vicoli e passaggi coperti dove si affacciano variopinti negozi di artigianato, salendo man mano verso la sommità della collinetta, dove si erge il deposito del grano, da cui si ha una spettacolare panoramica della kasbah. Per la sua scenografica bellezza Ait Benhaddou è stata scelta da vari registi che qui hanno ambientato i loro film (tra gli altri, Sodoma e Gomorra di Orson Welles, Gesù di Nazareth di Zeffirelli e il Gladiatore di R. Scott).

Finalmente in serata arriviamo a Marrakech, scendiamo dal pulmino e carichiamo i bagagli su un carretto che ci accompagnerà, tra i vicoli della medina, fino al nostro splendido alberghetto. La medina di Marrakech è un grande suk dove ci si diverte a contrattare con i commercianti per qualunque oggetto, proprio il rito della contrattazione è raccontato perfettamente nel racconto tratto da "Le voci di Marrakech di Elias Cannetti".

Marrakech - piazza Jama‘a el-Fnaa

I Suk

C'è aroma nei suk, e freschezza, e varietà di colori. L'odore, che è sembre piacevole, cambia a poco a poco secondo la natura delle merci. Non esistono nomi, ne insegne e neppure vetrine. Tutto ciò che si vende è in esposizione. Non si sa mai quanto costeranno gli oggetti, ne essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, ne i prezzi sono fissi.
Tutti gli stanzini e le botteghe (venti o trenta o anche più) nei quali si vendono le stesse cose, sono vicinissimi l'uno all'altro. Qui c'è un bazar per le spezie e la uno per gli articoli in pelle. I cordai hanno il loro posto e così pure i cestai. Tre i mercanti di tappeti ce ne sono alcuni che stanno sotto grandi volte spaziose; ci si passa davanti come se fosse una città a parte e si viene invitati dentro con grande insistenza, i gioiellieri sono sistemati in uno speciale cortile e in molte delle loro strette botteghe si vedono uomini al lavoro. Si trova di tutto, ma sempre in un gran numero di esemplari.
Il passante che cammina all'esterno non trova niente che lo separi dalla merce, ne porte ne vetrine. Il mercante seduto in mezzo alla sua merce, non esibisce il suo e, come ho già detto, riesce facilmente ad arrivare dappertutto. Ogni oggetto viene offerto al passante con grande premura. Egli può tenerlo a lungo in mano, può parlarne a lungo, può porre domande, esprimere dubbi e, se ne ha voglia, raccontare la sua storia, la storia della sua gente, la storia del mondo intero, senza comprare nulla. Quell'uomo tra le sue merci e soprattutto questo: è un uomo tranquillo, stà sempre seduto là, sembra sempre vicino, ha poco spazio e poche occasioni per movimenti ampi, appartiene alle sue merci come esse appartengono a lui.
La merce non viene messa via, egli le tiene sempre le mani e gli occhi addosso. Esiste un'intimità, che è seducente, tra il mercante e i suoi oggetti. Egli li custodisce e li tiene in ordine come se fossero la sua numerosissima famiglia.
Non lo disturba e non lo angustia il fatto di conoscere con esattezza il loro valore. Perchè egli lo tiene segreto e nessuno lo saprà mai. Questo conferisce alla contrattazione una nota appassionata e misteriosa. Solo lui può sapere quanto ci siamo avvicinati al suo segreto, ed è sempre all'erta, pronto a parare ogni colpo con destrezza, così che la distanza che protegge il valore non sia mai messo in pericolo. Per il compratore è una questione d'onore non lasciarsi imbrogliare, anche se l'impresa non è facile, perche egli brancola sempre nel buio. Nei paesi in cui vige la morale del prezzo e perciò dominano i prezzi fissi, comprare qual'cosa non è certo un'arte. Qualsiasi imbecille riesce a trovare le cose di cui ha bisogno, qualsiasi imbecille riesce a trovare le cose di cui ha bisogno, qualsiasi imbecille, purchè sappia leggere i numeri, è in grado di non farsi abbindolare.
Nel suk invece il prezzo che viene detto per primo è un'enigma inafferrabile. Nessuno lo conosce in anticipo, neppure il commerciante, perchè di prezzi ce ne sono moltissimi, a seconda delle circostanze. Ciascuno di essi si riferisce a una situazione diversa, a un cliente diverso, a un diverso momento della giornata, a un diverso giorno della settimana. Ci sono prezzi per singoli oggetti e altri per due o più articoli insieme. Ci sono prezzi per stranieri che si fermano in città un giorno soltanto e altri per stranieri che vivono quì già da tre settimane.
Ma questo è soltanto l'inizio di una faccenda complicata, del cui esito finale nessuno sa nulla. Qualcuno sostiene che bisogna scendere a circa un terzo del prezzo primitivo, ma questa non è che una stima grossolana, una di quelle insipide generalizzazioni con cui ce la si sbriga con coloro che non vogliono o non sono capaci di addentrarsi nelle sottigliezze di questa antica procedura.
E' gradito che il viavai di trattative duri una piccola, sostanziosa eternità. Il negoziante si rallegra del tempo che ci concediamo per fare i nostri acquisti. Gli argomenti che mirano alla resa dell'interlocutore han da esser tirati per i capelli, ingarbugliati, insistenti ed eccitanti. Si può essere dignitosi ed eloquenti, ma meglio le due cose assieme. La dignità serve a dimostrarsi l'un l'altro che non si dà troppa importanza al comprare e al vendere. L'eloquenza serve ad ammorbidire la risolutezza dell'avversario. Ci sono argomenti che suscitano scherno e nient'altro, altri invece che vanno dritto al cuore. Tutto bisogna tentare prima di cedere. Ma anche quando è giunto il momento di cedere, bisogna farlo all'improvviso e di sorpresa, così che l'avversario rimanga sgomento e ci offra l'opportunità di guardarlo dentro.

Questo è quello che si percepisce camminando per Marrakech intrattenendosi con i commercianti in estenuanti trattative.

Al centro della medina e punto di partenza per il tour dei suk è l'immensa piazza Jama'a el-Fnaa dalla quale partono i mille vicoli del suk e che può essere considerato il centro vitale della città.

Piazza più che descriverla merita di essere vissuta più volte al giorno perchè l'aspetto e i frequentatori della piazza cambiano durante la giornata: di mattina e pomeriggio è sede di un vasto mercato all'aperto, con bancarelle che vendono le merci più svariate (dalle stoffe ai datteri , alle spremute d'arancia, alle uova di struzzo etc.) e da "professionisti" dediti alle attività più svariate: le decorazioni con l'henne, i cavadenti, suonatori, incantatori di serpenti, venditori d'acqua, acrobati, etc. dal tardo pomeriggio le bancarelle si ritirano e subentrano banchetti con tavole e panche per mangiare cibi preparati al momento e, più tardi, arrivano musicanti e cantastorie.

Marrakech è la sintesi perfetta del Marocco e vale la pena lasciarla come ultima tappa, le cose più buone si lasciano sempre alla fine.

Gianluca (gennaio 2011)

 

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